R I S V O L T I

I n F a t t i

#manuinfatti

43°29′00″N 12°56′22.56″E

Guarda quel castello nel vento. E’ tuo, è tuo se lo vuoi.

Potrai correre, come tu fossi in un labirinto sempre pronto ad esplodere senza scomporre una singola pietra.

Potrai scivolare, con la certezza di risorgere in altezza senza oltrepassare l’ultima linea di girapoggio.

Potrai vociare, con la speranza di incrociare una voce nuova ed una voce antica.

Potrai disarticolare i tuoi movimenti, con la confidenza di un burattino affrancatosi dai fili.

Potrai fuggire, rintanandoti in pertugi sconosciuti eppure così familiari.

Potrai semplificare, senza la paura di apparire alla complicata ricerca di un atteggiamento.

Potrai riassumerti, con l’emozione che la sintesi degli elementi fondamentali sa far fiorire.

Potrai raccogliere quiete, la quiete viva, che si colora per ciascun passaggio di aria.

Guarda quel castello nel vento.

E’ tuo, è tuo se lo vuoi.

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#manuinfatti

46°00′47″N 9°39′53″E

Il luogo com’è? Una valle di nomadi, tutto qui.

Ci vuole ardore. Ci vuole gioventù, di quella sincera, istintiva e consapevole.

Ci vuole ardore a risalire il sentiero dei pascoli e mettere a dimora la gioventù tra gli odori e i profumi che si rincorrono per nobilitare l’aria.

Aria che è elisir.

Elisir che è in grado di ricondurre alla ragione tutti gli uomini che la ragione usano a strumento.

Strumento di soddisfazione. Quotidiana e sostanziosa. Sostanziosa come un alimento, che guizza nelle vene e raggiunge le membra, frequentando stabilmente le terminazioni.

Benvenuti al Balicco

Nuovo volto su corpo antico, che osserva il peregrinare dei cespugli, desiderosi di comparire e scomparire in alternanza alla forza del pendio e del periodare del clima.

Ci vuole ardore e gioventù. Gioventù sincera. Gioventù istintiva. Gioventù consapevole. Elisir di gioventù.

Il luogo, si sa, è una valle di nomadi. Tutto qui.

Rifugio Balicco Elisir – Paolo Conte

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#manuinfatti

45°47′07″N 9°23′36″E

Lo riconobbe nel sonno.

Lo riconobbe a Consonno. Ma non lo riconobbe a sè stesso.

Ogni cosa svanisce, bellezza, e questo è un fatto.

E ogni cosa che svanisce, prima o poi riappare.

Svanisce la terra sotto i manufatti. Svanisce la terra sotto i malefatti.

“Era un visionario. Occhio rapido a segnare all’orizzonte linee capaci di congiungere tutto quello che gli altri non potevano vedere”.

Eppure, le linee della evoluzione dell’uomo dentro la natura, mani e piedi nel suolo, sguardo ad altezza di acqua, cielo, chiome, eppure quelle linee nascono dalla forza genitrice dell’inchiostro naturale.

E quell’inchiostro riempie i segni grafici che il vento dissemina, sparpagliando i semi.

I semi vanno ben conosciuti e riconosciuti, vissuti per tempo che ne fa sapienza di coltivazione.

Lo riconobbe nel sonno, confondendolo per un sogno. Lo riconobbe a Consonno, sottacendolo a sé stesso.

Ogni cosa svanisce, bellezza. Questo è un fatto. E’ un fatto che ciò che svanisce, prima o poi torna a manifestarsi. Svanisce il procedere di orchestra jazz che fa del bosco una unica radice di vita e cambiamento.

“Aveva il portamento del sognatore. Così sicuro nel passo che attraversava il luogo e il suo immaginario futuro”.

Eppure, il tempo naturale è mescolanza di ingranaggi e sfugge alla rigida successione. Eppure il tempo naturale insegna il rispetto del tempo e restituisce sempre nuovo contesto.

La coltivazione delle idee è un esercizio di propulsione alla creazione che si innesta in un terreno di consapevolezza.

“Avrebbe ridato vita ad un luogo morente per morte naturale”.

Ogni cosa svanisce, bellezza, e questo è un fatto. E ogni cosa che svanisce, prima o poi torna a manifestarsi. Accade anche a Consonno, sulle ceneri di un Sogno di Mezza Estate.

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#manuinfatti

46°02′24″N 9°51′43″E

Sovradimensionamento. E’ il segno distintivo di questo tempo. Un tempo così lungo per apatia di trascinamento, un tempo così alto per volume di presunzione. Non rimane che trovare una nuova dimensione. O forse, più semplicemente, darle un nome. E conviene darle un nome da semplice immersione nella natura, per quella sua salvifica capacità di essere palcoscenico in continuo assorbimento e in continua espulsione del nostro sovradimensionamento. Longotudine. Ecco. Questo è il nome della nuova dimensione. Scritto in ciascun elemento del cammino. Scritto nei nuovi manufatti. Scritto nei nuovi volti. Scritto nelle nuove risonanze del silenzio che si fortifica ad ogni incremento di volume. La longotudine è la dimensione del tempo da conquistare. Il tempo in cui una dimensione non si lascia deformare. Un tempo così lungo per spontaneità di innovazione, un tempo così alto per sensibilità di conoscenza.

Rifugio Longo & Laghetto del Diavolo

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#manuinfatti

45°29′08.84″N 9°11′24.99″E

Disperdete i semi. Fatelo senza aver pregiudizio alcuno. Disperdete i semi della nuova città.

Disperdete i semi e di nuova cultura fate coltura. Fatelo senza aver pregiudizio alcuno. Cresceranno verdi e ben radicate emergenze, così radicate da aver sguardo di prevenzione ed igiene di prospettiva.

Disperdete i semi. Fatelo per aggregazione di idee, per ampiezza di contaminazione.

Custodite la memoria del gesto e del gesto abbiate rispetto duraturo. Rifuggite l’imitazione. Preferite la libera alliterazione di voi e di voi nella dispersione negli altri ancora da aggregare.

Disperdetevi come semi e, nel penetrare il nuovo terreno, cercate profondità per aggregazione di idee, per ampiezza di contaminazione.

Crescerete. Crescerete, sospinti dalla forza di levità.

Crescete e sovvertite. Disperdete i semi. Fatelo senza pregiudizio di sorta. Disperdete i semi della nuova città. Di nuova cultura fate coltura.

Biglioteca degli Alberi

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#risvolti

40°30′00″N 3°40′24″W

Ma trasfigurati. Ma trasfigurati se – dato lo spirito – non ci si mette tutta la pelle.

Attraversa, attraversa senza indugiare nel timore della poca luce di parvenza.

Si aprirà uno spazio ben custodito, così ben custodito da permettersi di fare esplodere il soffitto di sguardi e movenze. Irrefrenabili.

Sai bene che lo spirito è irrefrenabile per composizione. Sa confondere le lacrime con il sudore e sa farlo a pieno cerchio se il ritmo sale dal pavimento ed esce dalle pareti. Come se anche gli spazi fossero terra di origine della musica.

Ma trasfigurati se la musica ha bisogno di un luogo d’origine. Ma trasfigurati se la musica aspetta di conoscere il suo luogo di destinazione.

Fa un po’ come i gatti, attraversa le intemperie senza preoccuparsi di distinguerle. Va a zonzo. La musica ha la naturale tensione all’esplosione che hanno i nervi che attraversano il corpo di Meg fatto voce. Pronto ad esplodere insieme al soffitto

Ma trasfigurati se – dato lo spirito – non ci si mette tutta la pelle. Pelle che si trasforma si rigenera si riduce a brandelli si ricompone in nuova luce.

Corre a sentire il metallo ghiacciato di fuoco della chitarra sedotta in chiave blues.

Ma trasfigurati se la musica si interessa di geografia. Dato lo spirito, ci si mette tutta la pelle. In libera esecuzione. Lanciando un grido solitario dolce come zucchero.

Intrecciando spiriti e pelli come in un accampamento sioux. Ma trasfigurati, io ci metto tutta la pelle.

Dato lo spirito.

Wild Meg & The Mellow Cats Marco Marchi Spirit de Milan

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#manuinfatti

40°30′00″N 3°40′24″W

Emerge e fluttua.

Si impone come regale nave da esplorazione su un mare di terra arida e così ricca di colori.

Madrid di colori è madre e ritmo.

Invita allo smarrimento nell’intrico minuto e in quell’intrico offre passo a passo una via di uscita ed una chiave di entrata.

Emerge nella dimostrazione del Tempo e fluttua nella narrazione dello spazio.

Esalta le finiture e finisce per svestirsi della moderazione che imbriglia.

Madrid è propensione alla scoperta e onda che rimescola più e più volte nel giorno.

Emerge e fluttua, ad attendere sera e oscurità di luci vivide.

Madrid è compendio di voci e sguardo fino all’oceano. Risuona a guisa di grande palcoscenico in attesa dell’orchestra, che rimane in prolungata agitazione dietro le quinte, eppure si fa sentire. Eppure muove in continuazione il corpo al ballo.

Rapisce con il rosso, acquieta con il giallo.

Madrid emerge dalle acque di cui la terra sembra aver lunga memoria. Madrid fluttua, come ogni cuore sospinto a cercare casa.

Sprigiona le emozioni e raduna le forze nel bel mezzo dello sforzo volitivo.

Emerge e fluttua, come regale nave da esplorazione.

E di terra, per istinto di esplorazione, sa far mare.

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#manuinfatti

46°01′17″N 9°33′43″E

Umiltà dell’ambizione.

E la Benignitudine è a portata di audacia.

L’audacia veste chi sprofondato nella libertà della natura dimostra concretamente che nella natura si può ambire in piena umiltà.

Così che, in un giuoco di suoni che si rincorrono, si disveli un principio naturale. Che ci regola. Che ci dà la dimensione più appropriata.

Si dice forza di levità.

Ma non contraddice la regola più radicata.

La arricchisce, la rigenera, la riconduce ove meglio può rilucere. Quella forza è la ricompensa di quello stato d’animo e volontà.

L’umiltà dell’ambizione. La vedi fiorire sulle labbra strette di chi la montagna abita non per semplice destino ma nemmeno per semplice destinazione.

La vedi fiorire nei colori che non riesci a narrare, negli spazi che non hai modo di circoscrivere per poi rappresentare.

La vedi fiorire nelle pose degli elementi e nel loro cambiar posa incuranti della loro apparente fissità.

E’ l’umiltà dell’ambizione.

Quella che ti porta, in perfetta condizione di levità, alla Benignitudine. E i luoghi ti saranno palcoscenico.

Rifugio Benigni

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#manuinfatti

46°18′28″N 11°44′38″E

A lezione di memoria. A parlare sono loro.

Nessuna cattedra, ma radici avvinghiate ad una terra da proteggere. Cangiando.

Non solo colore, ma anche umore, più e più volte al giorno. Per farne lunga duratura memoria.

Fino al volo, che ogni giorno quel giorno si compie. Disperdendo nuovo seme. Lasciandolo prendere casa, pur nella sua naturale predisposizione a non avere casa, se non il terreno, da proteggere.

A lezione di memoria, ben comprendendo d’essere per evoluzione immemori, gradatamente insensibili, come se si potesse abbassare il volume dei sensi fino all’impercettibile.

Le radici non conoscono gravità, attendono gli eventi con consapevole dignità alta fino ad osare le nuvole, che qui trascorrono in balia del giuoco regolare delle masse d’aria.

Eppure la sua rarefazione fa sentire un luogo di rinnovata leggerezza.

Ma leggera e financo fatua è la memoria, che pare non essere cosa d’uomini e donne.

Ma certo qui si va a lezione di memoria. E li si lascia parlare, nei pieni e nei vuoti.

Li si lascia parlare nel radicamento e nella progressiva trasformazione che per mano d’uomo e donna si fa musica e lavoro, energia e principio di cambiamento.

A lezione di memoria, in semplice ascolto.

Imparando a cambiare.

Non solo colore, ma anche umore, più e più volte al giorno.

Paneveggio

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#risvolti

45°49′N 8°50′E

Non vi è altra spiegazione. Il blues ha creato sé stesso. Il blues preesiste a sé stesso. E’ un fatto. Tangibile con ciascuno dei nostri sensi.

Ha creato sé stesso e ha preso senza troppi indugi a creare una sorta di libreria circolare degli elementi di base. Ha creato la semplicità. Ha creato – con grande stupore universale – l’eleganza della semplicità.

Ha creato poi o forse ancor prima l’essenzialità. E’ un fatto.

Tangibile in ogni singolo accordo, in ogni singola lignea venatura del buon Kevin. Si muove sapendo – con così poca anzi nulla ostentazione – di essere essenziale e quindi portatore di essenza.

Si muove con la lentezza pronta ad esplodere che del blues fa appunto l’elemento fondamentale.

Abbiamo crescente bisogno di semplicità.

Testimoniamo crescente desertificazione di semplicità. Come una foresta in estenuante lotta con gli uomini.

Non vi è altra spiegazione. Il blues ha generato il buon Kevin in tutta la sua elegante semplicità.

E Kevin di semplicità fa blues.

Nella perfezione di un istinto naturale.

KEB' MO'

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